Gadda lo chiamava "il giorno dei bagnanti appiccicosi e del mellone al mare": è il giorno di Ferragosto, che pur nella cattolicissima Italia devota ma sempre distratta, non è certo diventato per eccellenza il giorno della festa dell'Assunzione di Maria in cielo, ma è rimasto la pagana, marinara (meno, molto meno la campestre o la montanara) sagra del Solleone, del caldo abbraccio della sabbia, delle epiche mangiate. Pure in tempo di crisi, con la memoria rinverdita dalla televisione che ritrasmette il Bianco&Nero dei ricordi anche per chi, quei ricordi, non ce l'ha di prima mano ma di seconda o terza risulta, di padri e madri o nonni o zii o vegliardi amici, che ancor più ricamano sui passati remoti.
Allora la scelta è stata subito, sulla scorta di Carlo Emilio Gadda, di raccontarlo nel 2013, in poco più di una decina di righe, in qualsiasi forma e da tutte le angolazioni: che sia ulteriore memoria forte o gesto apotropaico per non perderla definitivamente, il richiamo del Ferragosto è sempre forte (mitologema, l'avrebbero definito i preziosi...).
Infine, Ferragosto/Ferum Augustum: l'etimo è filologicamente scorretto secondo i canoni alti e scientifici, ma il giorno selvaggio di metà Agosto è sempre tale. Può aiutare a capirlo, prima dei link verso i racconti dei lettori del blog, la fulminante paginetta proprio di Carlo Emilio Gadda che fa la finta e commenta sé stesso, e che riproponiamo.
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"Secondo un etimo medievale non del tutto infondato, sarebbe FERUM AUGUSTUM il giorno dei bagnanti appiccicosi e del mellone al mare"Scrivere di ciò il giorno di San Rocco, patrono di lottatori contro peste ed epidemie, è forse ancor più succoso, vista la tenebra di immondizie che in certe spiagge lasciano i bagnanti appiccicosi: spiagge italiane — Gadda avrebbe detto italiote — e 16 d'agosto, che è mese per altri versi solitarissimo ed estraneo alla socialità. E poi, il mellone, che è romanesco e caciarone, e non si lascia più in acqua attaccato ad una cordicella e tenuto da una busta: per insapidirlo, soprattutto rinfrescarlo. Urbana leggenda degli spiaggiatori che si sporcavano le mani d'olio fritto con le cotolette o la parmigiana, forse: o forse ancor più urbana leggenda di chi non avrebbe abbandonato le città schifando il mare e la battigia e ne avrebbe ascoltato epici racconti settimane dopo, dal vicino di casa ritornato per l'autunno alla partita di carte nel tardo pomeriggio, prima di cena, nei quartieri modesti ma puliti.Mellone dunque: parola corposa e già liquida dalla consonante raddoppiata, correzione di voce sentita troppo provinciale troppo meridionale, e pure più consona alla spiaggia e al viaggio del più casalingo cocòmmero, e altrettanto ombrata di sentori campagnoli, di spiaggiatori delle colline poco avvezzi quindi al mare, pastori molisani o del frusinate, raddoppianti per incivilimento. Mellone, cocòmmero: un profumo di pecore dentro la polpa rossa di una italica anguria, che invece, chissà, in quel Mezzogiorno ha un sentore di malanno del fisico e dell'animo. Cocòmmero: rustica pesantezza concreta di fetta di pane tagliata per accompagnare le frutta; e mellone, per passarsi la bocca in fine al pasto.Le bucce poi, verdi e biancastre, che le pigli la sabbia che tutto consuma ed asciuga, tossi e reumi, ossa e febbri, occhi e pelle di chi sogna il mare una volta all'anno almeno.
Ferragosto, di Anna Castaldo
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