venerdì 16 agosto 2013

Carlo Emilio Gadda e il "mellone"

"Secondo un etimo medievale non del tutto infondato, sarebbe FERUM AUGUSTUM il giorno dei bagnanti appiccicosi e del mellone al mare"
Scrivere di ciò il giorno di San Rocco, patrono di lottatori contro peste ed epidemie, è forse ancor più succoso, vista la tenebra di immondizie che in certe spiagge lasciano i bagnanti appiccicosi: spiagge italiane — Gadda avrebbe detto italiote — e 16 d'agosto, che è mese per altri versi solitarissimo ed estraneo alla socialità. E poi, il mellone, che è romanesco e caciarone, e non si lascia più in acqua attaccato ad una cordicella e tenuto da una busta: per insapidirlo, soprattutto rinfrescarlo. Urbana leggenda degli spiaggiatori che si sporcavano le mani d'olio fritto con le cotolette o la parmigiana, forse: o forse ancor più urbana leggenda di chi non avrebbe abbandonato le città schifando il mare e la battigia e ne avrebbe ascoltato epici racconti settimane dopo, dal vicino di casa ritornato per l'autunno alla partita di carte nel tardo pomeriggio, prima di cena, nei quartieri modesti ma puliti.
Mellone dunque: parola corposa e già liquida dalla consonante raddoppiata, correzione di voce sentita troppo provinciale troppo meridionale, e pure più consona alla spiaggia e al viaggio del più casalingo cocòmmero, e altrettanto ombrata di sentori campagnoli, di spiaggiatori delle colline poco avvezzi quindi al mare, pastori molisani o del frusinate, raddoppianti per incivilimento. Mellone, cocòmmero: un profumo di pecore dentro la polpa rossa di una italica anguria, che invece, chissà, in quel Mezzogiorno ha un sentore di malanno del fisico e dell'animo. Cocòmmero: rustica pesantezza concreta di fetta di pane tagliata per accompagnare le frutta; e mellone, per passarsi la bocca in fine al pasto.
Le bucce poi, verdi e biancastre, che le pigli la sabbia che tutto consuma ed asciuga, tossi e reumi, ossa e febbri, occhi e pelle di chi sogna il mare una volta all'anno almeno.

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